Biolevano, la maxi truffa delle energie rinnovabili: distratti 143 milioni di contributi pubblici

da Ermanno Bidone
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Dovevano ridurre i gas serra, fornendo al mondo energia pulita bruciando legname o scarti vegetali (quasi) a kilometri zero. E invece, avrebbero architettato un’immensa truffa per intascarsi incentivi statali, bruciando legna comprata a poco prezzo da ogni dove: tanto il vero business, erano i contributi pubblici.

Cosi, i gestori della centrale elettrica a biomasse Biolevano di Olevano Lomellina, negli ultimi 5 anni si sarebbero intascati illegalmente qualcosa come 143 milioni di euro. È con queste accuse che la Procura di Pavia ha dato il via all’indagine sfociata, alle prime luci dell’alba, in un blitz che ha portato a 11 misure cautelari (6 arresti e 5 obblighi di firma) e al sequestro di beni per oltre 140 milioni tra rapporti bancari, quote societarie, mezzi, terreni e ville a Milano, Lecco e a Portobello di Gallura in Sardegna, oltre all’intera centrale (valore stimato circa 70 milioni).

Tra gli indagati, Pietro Franco Tali, fino al 2012 amministratore delegato del colosso di Stato Saipem. Il manager 71enne – secondo l’accusa – sarebbe il regista di tutta la maxi frode, iniziata poco dopo che la centrale a biomasse (2009) era entrata a pieno regime. L’uomo aveva ceduto le quote della Maire Tecnimont (società della galassia Eni, di cui Tali era in pratica il numero 2, e proprietaria di fatto della Biolevano), ma secondo l’accusa era comunque il “maggior azionista occulto della società”. Tra le persone sottoposte a misura cautelare ci sono inoltre alcuni noti imprenditori di Vigevano e del Milanese. Sono accusati di associazione a delinquere, truffa aggravata ai danni dello Stato e false fatturazioni.

Per capire l’entità della truffa, basti dire che per ogni milione di euro di energia venduta, la Biolevano ne riceveva 3 di contributi dal Gestore dei servizi elettrici nazionale. Un incentivo enorme, possibile solo perché l’azienda si era impegnata con il Ministero a utilizzare solo legname tracciato, certificato e proveniente da zone limitrofe all’impianto. Ma era un impegno solo sulla carta, poiché, sempre secondo la Procura, attraverso una fitta rete di complici fra cui anche agronomi, i vertici dell’azienda acquistavano qualunque tipo di legname ovunque reperibile (a volte anche all’estero) purché al minor prezzo possibile come testimoniato da intercettazioni telefoniche come questa.

Assicuratasi la materia prima a un prezzo nettamente inferiore ai propri competitors, per far risultare il legname di provenienza locale e tracciato ai vertici della Biolevano bastava falsificare le carte, cioè i documenti di trasporto e le fatture.

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