Arluno, la Cassazione spiega come agivano i narcos di via Martiri della Libertà

da Stefano Galimberti
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La Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza del processo “Area 51”, una delle più importanti operazioni antidroga del magentino, basata sul covo di via Martiri della Libertà, nel pieno centro di Arluno. Dall’indagine e poi dal processo sono scaturite otto condanne in via definitiva.

I nuovi dettagli riguardano le dinamiche che hanno portato a questo importante risultato. Tutto ha inizio con l’errore di un idraulico di Sedriano, Raffaele Procopio, fermato a Bareggio nel settembre del 2015 con trenta chili di cocaina nell’auto, una Mercedes intestata a un calabrese in carcere in Germania. Da lì l’idea che quello preso fosse un pezzo grosso di un’associazione a delinquere che si è scoperto aver sede proprio nel centro storico di Arluno, senza che nessuno si accorgesse di nulla. I giudici parlano espressamente, nelle motivazioni della sentenza, di “associazione finalizzata al traffico di stuefacienti” che veniano importati direttamente dalla Colombia, con scalo all’aeroporto di Malpensa. “Una struttura organizzativa dotata di componenti strumentali” cioè dei cellulari blackberry criptati usata dai narcos per comunicare fra loro e per consentire la “reiterata esecuzione dei trasporti illeciti anche tra Lombardia e Calabria”.

All’operazione “Area 51”, va collegato indirettamente anche il processo a Francesco Riitano, presunto broker del narcotraffico, che viveva a Rogorotto, frazione di Arluno, catturato dopo oltre due anni di latitanza mentre si trovava in provincia di Messina, in Sicilia. Ad oggi Riitano, la cui casa è stata confiscata e assegnata al Comune, è stato condannato in primo grado con rito abbreviato a 14 anni di carcere.

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